Dallo scetticismo alla vaccinazione: una ricerca pubblicata su The Lancet su oltre 1,1 milioni di persone in Inghilterra mostra che due esitanti su tre hanno poi scelto il vaccino. Ma la sfiducia ideologica resta il vero nodo per il futuro della sanità pubblica.
La pandemia come laboratorio sociale
La pandemia da Covid-19 non è stata soltanto un’emergenza sanitaria senza precedenti, ma anche un enorme laboratorio sociale sul rapporto tra scienza, istituzioni e cittadini. A distanza di anni, mentre il dibattito sui vaccini continua a riaffiorare in occasione di nuove campagne o richiami stagionali, arriva uno studio destinato a fare scuola: una delle più ampie analisi mai realizzate sull’evoluzione dell’esitazione vaccinale e sul suo impatto concreto sui comportamenti.
La ricerca, pubblicata su The Lancet, segue oltre 1,1 milioni di adulti in Inghilterra tra gennaio 2021 e marzo 2022, nel pieno del rollout vaccinale, e collega per la prima volta in modo sistematico le opinioni espresse dai cittadini alle successive scelte di vaccinazione, anche negli anni successivi alla fase più acuta della pandemia.
I numeri che smentiscono un luogo comune
L’esitazione vaccinale non è stata un blocco monolitico e irreversibile. Tra coloro che inizialmente si dichiaravano dubbiosi o contrari, il 65% ha poi ricevuto almeno una dose di vaccino Covid-19. Un risultato che ribalta la narrazione semplicistica di una popolazione rigidamente divisa tra “pro-vax” e “no-vax”.
Nel periodo analizzato, la percentuale di esitanti è scesa dall’8% di gennaio 2021 all’1,1% all’inizio del 2022, con una lieve risalita durante l’ondata Omicron. Un andamento che racconta come il contesto, l’evoluzione delle informazioni disponibili e l’esperienza diretta abbiano inciso sulle decisioni individuali.
Le ragioni del dubbio: non tutte uguali
Lo studio distingue con precisione otto grandi categorie di esitazione vaccinale, mostrando che non tutte hanno la stessa “resistenza al cambiamento”.
Le motivazioni più diffuse riguardavano:
Paradossalmente, proprio chi esprimeva queste preoccupazioni era più incline a cambiare idea nel tempo, una volta ricevute informazioni più solide o osservati gli effetti reali della vaccinazione.
Diverso il discorso per chi dichiarava:
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sfiducia nei produttori di vaccini;
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sentimento anti-vaccini generalizzato;
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percezione di basso rischio personale.
In questi casi la probabilità di restare non vaccinati risultava da due a tre volte superiore. È qui che la comunicazione istituzionale mostra i suoi limiti strutturali.
Disuguaglianze sociali e culturali
L’analisi mette in luce anche forti differenze socio-demografiche. La persistenza della mancata vaccinazione è risultata più frequente tra:
Un dato che intreccia salute pubblica e disuguaglianze sociali, ricordando come la fiducia nella scienza non sia mai disgiunta dalle condizioni materiali di vita.
Una lezione per il futuro
Secondo il coordinatore dello studio, il professor Marc Chadeau-Hyam di Imperial College London, la lezione principale è che molte forme di esitazione sono “contestuali” e quindi affrontabili, mentre altre sono radicate in visioni del mondo più rigide.
In un commento collegato allo studio, il professor Silvio Tafuri (Università di Bari) invita a non archiviare questi risultati come un’eccezione legata al Covid: capire se gli stessi meccanismi agiscono anche sulle vaccinazioni routinarie sarà decisivo per prevenire nuove crisi sanitarie.
Informazione, fiducia, democrazia sanitaria
Il messaggio finale è politico oltre che sanitario. La pandemia ha dimostrato che l’accesso a informazioni affidabili e comprensibili può modificare i comportamenti, ma anche che la fiducia non si impone per decreto. Dove prevale la sfiducia sistemica, servono strategie più profonde, capaci di ricostruire il legame tra istituzioni, scienza e cittadini.
In un’epoca segnata da disinformazione e polarizzazione, questo studio ricorda che la salute pubblica passa anche dalla qualità del dialogo democratico.