• Non è solo luce e gas, è l'energia di casa tua.
  • Un museo. Quattro Sedi. IntesaSanPaolo
  • La piattaforma di wealth planning
  • Italpress Agenzia di stampa

Educare è un dovere, non un’opinione! Così la giustizia entra nelle famiglie

 
Educare è un dovere, non un’opinione! Così la giustizia entra nelle famiglie
di Walter Rodinò

La sentenza di Treviso sulla culpa in educando riapre il dibattito sulla responsabilità genitoriale, tra diritto, società e vuoto educativo contemporaneo.

Davanti a sentenze come quella pronunciata dalla prima sezione civile del Tribunale di Treviso, la prima reazione è spesso uno sconcerto quasi istintivo. L’idea che dei genitori possano essere condannati a risarcire una vittima per un reato commesso dal figlio minorenne, una violenza sessuale, per di più, appare a molti come un salto logico, un’estensione eccessiva della colpa. Ma, fermarsi allo sconcerto immediato significa non cogliere il senso profondo di una decisione che, per quanto dura, poggia su un fondamento giuridico solido e su una domanda che riguarda tutti: cosa significa oggi essere genitori?

La sentenza richiama un principio noto e consolidato del nostro ordinamento, la culpa in educando, prevista dall’articolo 2048 del Codice civile. Non si tratta di una forzatura creativa dei giudici, ma di un cardine della responsabilità civile, secondo il quale chi ha il dovere di educare e vigilare su un minore risponde, almeno in parte, delle conseguenze delle gravi carenze educative che si traducono in danni a terzi. La giurisprudenza della Corte di Cassazione, già nel 2019, aveva chiarito che questo dovere non è astratto né formale, ma deve essere commisurato al carattere, alle attitudini e ai comportamenti concreti del figlio. In altre parole, non basta “aver fatto il possibile” secondo un criterio generico, occorre dimostrare che l’educazione impartita sia stata effettiva e adeguata.

Accettare una sentenza non significa condividerla emotivamente, ma riconoscerne la legittimità giuridica. E proprio da questa accettazione nasce la riflessione più scomoda. Perché il caso di Treviso, come quello analogo deciso dal Tribunale di Firenze e altri ancora, non parla solo di diritto, ma di un nodo enorme, forse uno dei più difficili del nostro tempo: il rapporto tra genitori e figli in una società che ha smarrito riferimenti stabili e certezze condivise.

Essere genitori non è mai stato semplice, ma oggi è diventato qualcosa di più di una missione affettiva, è una responsabilità continua, totale, che non conosce pause né alibi. Mettere al mondo un figlio significa assumersi il peso di una guida educativa che attraversa ambiti complessi e intrecciati, a cominciare da quello psicologico, perché riguarda la formazione dell’identità e dell’empatia. C’è poi l’ambito educativo, che chiama in causa il linguaggio e il rispetto dell’altro, quello sociale, perché il comportamento del minore si forma anche nel rapporto con il contesto, la scuola, il gruppo dei pari. Un ambito culturale, perché la sessualità, l’affettività e il consenso non sono più trasmessi per osmosi, ma richiedono spiegazioni e coraggio. Persino l’ambito digitale, perché oggi la crescita passa anche attraverso mondi virtuali che amplificano messaggi distorti e violenti.

Il tema è enorme, e lo è al punto da mettere in crisi categorie tradizionali. Da un lato si invoca giustamente l’autonomia dei figli, la loro libertà di costruire se stessi, dall’altro si scopre che questa autonomia, se non accompagnata, può trasformarsi in vuoto educativo. È una contraddizione che attraversa l’età contemporanea e che emerge con brutalità quando la cronaca giudiziaria ci costringe a guardarla senza filtri.

Viviamo in un’epoca in cui le responsabilità tendono a diluirsi, a diventare impersonali, mentre le conseguenze restano drammaticamente concrete. L’educazione dei figli si colloca esattamente in questo spazio, tutti ne parlano, pochi se ne assumono fino in fondo il peso. Delegare, tacere, rimandare, evitare i temi difficili, come l’affettività e la sessualità, può sembrare una scelta neutra, ma non lo è. È una scelta che produce effetti, e talvolta ferite irreparabili.

La morale che emerge da questa vicenda non è punitiva, né può ridursi a un semplice “i figli delinquono, i genitori pagano”. Sarebbe una lettura comoda e superficiale. La vera lezione, più inquietante e allo stesso tempo più utile, è un’altra: una società che pretende di tutelare i minori e le vittime non può considerare l’educazione un fatto privato privo di rilevanza pubblica. Al contrario, deve interrogarsi su come sostenere i genitori, su quali strumenti offrire, su quale ruolo affidare alla scuola e alle politiche educative e culturali.

Qui si apre un terreno che merita un dibattito pubblico e politico serio, lontano dalle semplificazioni ideologiche. Non per criminalizzare la genitorialità, ma per riconoscerne l’enorme complessità. Se la responsabilità educativa diventa anche giuridica, allora lo Stato e la collettività non possono limitarsi a intervenire ex post, con una sentenza. Devono investire ex ante, devono investire nella formazione, nel supporto, nell’educazione affettiva, nella prevenzione.

Forse questa sentenza, così difficile da comprendere a caldo, ci costringe a una verità scomoda ma necessaria, e cioè che crescere un figlio non è solo un atto d’amore, ma un atto di responsabilità verso gli altri. E quando questa responsabilità viene meno, il diritto interviene non per sostituirsi alla coscienza, ma per ricordarci che l’educazione non è un’opzione, bensì uno dei pilastri su cui si regge la convivenza civile.