La sentenza di Treviso sulla culpa in educando riapre il dibattito sulla responsabilità genitoriale, tra diritto, società e vuoto educativo contemporaneo.
Davanti
a sentenze come quella pronunciata dalla prima sezione civile del
Tribunale di Treviso, la prima reazione è spesso uno sconcerto quasi
istintivo. L’idea che dei genitori possano essere condannati a risarcire
una vittima per un reato commesso dal figlio minorenne, una violenza
sessuale, per di più, appare a molti come un salto logico, un’estensione
eccessiva della colpa. Ma, fermarsi allo sconcerto immediato significa
non cogliere il senso profondo di una decisione che, per quanto dura,
poggia su un fondamento giuridico solido e su una domanda che riguarda
tutti: cosa significa oggi essere genitori?
La
sentenza richiama un principio noto e consolidato del nostro
ordinamento, la culpa in educando, prevista dall’articolo 2048 del
Codice civile. Non si tratta di una forzatura creativa dei giudici, ma
di un cardine della responsabilità civile, secondo il quale chi ha il
dovere di educare e vigilare su un minore risponde, almeno in parte,
delle conseguenze delle gravi carenze educative che si traducono in
danni a terzi. La giurisprudenza della Corte di Cassazione, già nel
2019, aveva chiarito che questo dovere non è astratto né formale, ma
deve essere commisurato al carattere, alle attitudini e ai comportamenti
concreti del figlio. In altre parole, non basta “aver fatto il
possibile” secondo un criterio generico, occorre dimostrare che
l’educazione impartita sia stata effettiva e adeguata.
Accettare
una sentenza non significa condividerla emotivamente, ma riconoscerne
la legittimità giuridica. E proprio da questa accettazione nasce la
riflessione più scomoda. Perché il caso di Treviso, come quello analogo
deciso dal Tribunale di Firenze e altri ancora, non parla solo di
diritto, ma di un nodo enorme, forse uno dei più difficili del nostro
tempo: il rapporto tra genitori e figli in una società che ha smarrito
riferimenti stabili e certezze condivise.
Essere
genitori non è mai stato semplice, ma oggi è diventato qualcosa di più
di una missione affettiva, è una responsabilità continua, totale, che
non conosce pause né alibi. Mettere al mondo un figlio significa
assumersi il peso di una guida educativa che attraversa ambiti complessi
e intrecciati, a cominciare da quello psicologico, perché riguarda la
formazione dell’identità e dell’empatia. C’è poi l’ambito educativo, che
chiama in causa il linguaggio e il rispetto dell’altro, quello sociale,
perché il comportamento del minore si forma anche nel rapporto con il
contesto, la scuola, il gruppo dei pari. Un ambito culturale, perché la
sessualità, l’affettività e il consenso non sono più trasmessi per
osmosi, ma richiedono spiegazioni e coraggio. Persino l’ambito digitale,
perché oggi la crescita passa anche attraverso mondi virtuali che
amplificano messaggi distorti e violenti.
Il
tema è enorme, e lo è al punto da mettere in crisi categorie
tradizionali. Da un lato si invoca giustamente l’autonomia dei figli, la
loro libertà di costruire se stessi, dall’altro si scopre che questa
autonomia, se non accompagnata, può trasformarsi in vuoto educativo. È
una contraddizione che attraversa l’età contemporanea e che emerge con
brutalità quando la cronaca giudiziaria ci costringe a guardarla senza
filtri.
Viviamo
in un’epoca in cui le responsabilità tendono a diluirsi, a diventare
impersonali, mentre le conseguenze restano drammaticamente concrete.
L’educazione dei figli si colloca esattamente in questo spazio, tutti ne
parlano, pochi se ne assumono fino in fondo il peso. Delegare, tacere,
rimandare, evitare i temi difficili, come l’affettività e la sessualità,
può sembrare una scelta neutra, ma non lo è. È una scelta che produce
effetti, e talvolta ferite irreparabili.
La
morale che emerge da questa vicenda non è punitiva, né può ridursi a un
semplice “i figli delinquono, i genitori pagano”. Sarebbe una lettura
comoda e superficiale. La vera lezione, più inquietante e allo stesso
tempo più utile, è un’altra: una società che pretende di tutelare i
minori e le vittime non può considerare l’educazione un fatto privato
privo di rilevanza pubblica. Al contrario, deve interrogarsi su come
sostenere i genitori, su quali strumenti offrire, su quale ruolo
affidare alla scuola e alle politiche educative e culturali.
Qui
si apre un terreno che merita un dibattito pubblico e politico serio,
lontano dalle semplificazioni ideologiche. Non per criminalizzare la
genitorialità, ma per riconoscerne l’enorme complessità. Se la
responsabilità educativa diventa anche giuridica, allora lo Stato e la
collettività non possono limitarsi a intervenire ex post, con una
sentenza. Devono investire ex ante, devono investire nella formazione,
nel supporto, nell’educazione affettiva, nella prevenzione.
Forse
questa sentenza, così difficile da comprendere a caldo, ci costringe a
una verità scomoda ma necessaria, e cioè che crescere un figlio non è
solo un atto d’amore, ma un atto di responsabilità verso gli altri. E
quando questa responsabilità viene meno, il diritto interviene non per
sostituirsi alla coscienza, ma per ricordarci che l’educazione non è
un’opzione, bensì uno dei pilastri su cui si regge la convivenza civile.