Gabriele Dara nacque a Palazzo Adriano (Palermo) l'8 gennaio 1826, da Andrea, di famiglia arbëréshe. Studiò a Palermo, prima nel seminario greco-albanese, poi all'Università, dove conseguì la laurea in giurisprudenza. Di spirito liberale, si inserì con fervore negli ambienti della propaganda antiborbonica. Nel marzo del '48 iniziò a collaborare al quotidiano Il Tribuno. Le sue idee erano abbastanza conformi alla linea maggioritaria del momento, che concepiva la lotta per l'autonomia siciliana nel quadro programmatico di una nuova Italia federale. Del resto, anche in Alcune poesie dimostra un interesse per l'indipendenza nazionale.
Due secoli di Gabriele Dara, l’intellettuale arbëreshë tra poesia, politica e disincanto risorgimentale
A Girgenti il Dara intraprese la carriera forense. Agli anni della reazione ferdinandea risale probabilmente lo stretto sodalizio con Rocco Ricci Gramitto, maturato all'interno di un comune progetto di trasformazione politico-culturale. Li troviamo insieme sulle pagine del periodico palermitano Il Baretti e insieme essi diedero vita, a Girgenti, al mensile La Palingenesi, influenzato dalle tesi di Gioberti. La preoccupazione nazionale induce il Dara a rifiutare il romanticismo in difesa di una presunta cultura autoctona dalle ascendenze "Pelasgo-Greco-Latine". Drastica è la sua presa di posizione in senso moderato, in polemica con le astrattezze e le utopie degli ultramontani i quali non san persuadersi d'una verità trita e comune, cioè, che nelle cose umane la perfezione sta nel minor male possibile.
In seguito, nel 1860, Garibaldi lo nominò segretario generale del governatore Domenico Bartoli e poco tempo dopo fu promosse a consigliere di prima classe. La sua carriera burocratica avrebbe dovuto proseguire nel nuovo Regno d'Italia, ma s’interruppe dopo pochi anni. Dara si ritirò in isolamento, inveendo contro la corrotta età dei demagoghi e dei falsi profeti, nella quale anche i grandi di una volta - Mazzini e Garibaldi - erano divenuti artefici di discordie civili (I nostri mali e Non plus ultra). Rientrato a Girgenti, fu consigliere comunale, consigliere provinciale, consigliere scolastico, commissario delle antichità. Morì nel 1885 a Porto Empedocle (Agrigento).
Tra gli inediti, lasciava l'opera più nota, Kénka e spràsme e Balës (Il canto ultimo di Bala), che - dopo parziali pubblicazioni su Arbri i Rii (1887) e su La Nazione albanese (1900-03) - sarebbe apparsa in volume a Catanzaro nel 1906. Originariamente scritta in lingua albanese e successivamente tradotta in italiano. Kënka e sprasme e Balës è un'epica ballata romantica in quattro parti contenente nove canti, che racconta le avventure di Nik Peta e Pal Golemi, due eroi albanesi vissuti nell'era della Lega di Alessio.