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Ucraina: l'illusione della pace e il ritorno della forza bruta

 
Ucraina: l'illusione della pace e il ritorno della forza bruta
Luca Lippi

Il conflitto in Ucraina sta attraversando una fase paradossale, dove il fragore delle armi si intreccia con il silenzio dei tavoli diplomatici. Oggi ci troviamo in una situazione in cui la pace sembra invocata da tutti, ma in realtà non conviene ancora a nessuno dei protagonisti principali. Sia la Russia che l’Ucraina, infatti, percepiscono il fattore tempo come una risorsa strategica: Mosca vuole consolidare le conquiste territoriali per presentarsi al tavolo con una posizione di forza, mentre Kiev cerca disperatamente di evitare che il fronte ceda sotto il peso di un’offensiva costante.

Ucraina: l'illusione della pace e il ritorno della forza bruta

In questo scenario, gli Stati Uniti di Donald Trump agiscono come un pendolo che oscilla tra la minaccia di un disimpegno e la promessa di una soluzione rapida. Tuttavia, la realtà del campo di battaglia è molto più complessa di uno slogan elettorale. Quella che era iniziata come una guerra di trincea, simile per certi versi ai massacri della Prima Guerra Mondiale, si è trasformata in un conflitto "poroso". Questo termine indica che non esistono più linee di confine nette e sicure: oggi i reparti russi riescono a penetrare nelle retrovie ucraine colpendo centri di comando che prima erano considerati intoccabili, mentre gli ucraini rispondono con operazioni spericolate fin nel cuore del territorio nemico.

LA RIVOLUZIONE DEL DRONE E LA FINE DELLA GUERRA CLASSICA
Uno degli elementi più sconvolgenti di questo inverno è quella che gli esperti definiscono la "democratizzazione della guerra". Per decenni, l’arma aerea è stata un’esclusiva delle grandi potenze capaci di spendere miliardi in jet invisibili e satelliti. Oggi, la situazione è radicalmente cambiata. Un semplice drone commerciale, di quelli che si acquistano nei grandi magazzini per scattare foto in vacanza, può essere trasformato con pochi accorgimenti tecnici in un’arma letale.

Attaccando una piccola granata a un dispositivo da mille euro, è possibile immobilizzare un carro armato che ne costa milioni. Questa sproporzione economica ha congelato le tattiche militari tradizionali. Il soldato umano oggi vive nell'incubo costante di un ronzio invisibile sopra la testa. I piloti di droni operano da bunker sotterranei a chilometri di distanza, osservando i movimenti del nemico attraverso uno schermo. Non guardano le facce, ma si concentrano sui dettagli: un nastrino colorato o il modo in cui un soldato tiene il fucile diventano i segni particolari per dare la caccia a un obiettivo specifico. Questa nuova forma di combattimento ha generato fobie profonde nelle truppe, che si sentono costantemente braccate da un nemico senza volto che può attendere per ore, immobile sopra un ramo, prima di colpire.

LA STANCHEZZA DI UN POPOLO E IL RISIKO DEI SUCCESSORI
Mentre le macchine dominano il cielo, a terra il fattore umano inizia a mostrare segni di logoramento. L’esercito ucraino è composto da uomini che combattono, in molti casi, senza sosta dal 2014. Nonostante il morale regga per la necessità di difendere la propria terra, la qualità delle truppe d’élite sta diminuendo. Formare un soldato secondo gli standard occidentali richiede anni, e ogni volontario esperto che cade è una perdita quasi insostituibile. Al contrario, la Russia gioca la carta della quantità. Grazie a una disponibilità di uomini e mezzi quasi inesauribile, Mosca può permettersi di mandare ondate di soldati al fronte, contando su un’economia interna che è ormai totalmente votata alla guerra.

In questo clima, la politica ucraina si sta muovendo per preparare il terreno a una pace che sarà inevitabilmente difficile da accettare per la popolazione. Il presidente Zelensky sta integrando figure della linea dura e intransigente all'interno della gestione politica del conflitto. Questa mossa serve a fare in modo che, se si arriverà a un compromesso doloroso imposto dagli Stati Uniti, nessuno dei capi militari più radicali potrà sottrarsi alla responsabilità della decisione. Parallelamente, si inizia a intravedere il futuro oltre Zelensky: figure come l'ex generale Zaluzhny o il sindaco di Kiev, Klitschko, iniziano a posizionarsi per il dopoguerra, adottando spesso toni nazionalisti molto accesi perché sanno che una popolazione che ha sacrificato tutto non accetterà mai leader dal linguaggio troppo moderato.

IL GIGANTE RUSSO E L'OMBRA DEL DOPO-PUTIN
Dall'altra parte della frontiera, la Russia sembra un blocco di granito, ma è un’immagine parziale. La popolazione russa vive storicamente in una condizione di rassegnazione politica, dove il dissenso non ha spazi di espressione. Chi era contrario alla guerra ha spesso scelto la via dell'esilio, mentre chi è rimasto è abituato a uno Stato che decide ogni aspetto della vita economica in funzione della "potenza nazionale". È quella che viene chiamata "economia di guerra": lo Stato spende cifre folli per i missili mentre, a pochi chilometri dalle grandi città, la gente vive ancora in condizioni precarie.

Tuttavia, il vero punto interrogativo che toglie il sonno agli analisti non è tanto il presente, quanto il "dopo". Vladimir Putin ha dominato la scena per un quarto di secolo, e la sua uscita di scena biologica creerà un vuoto di potere immenso. Non sappiamo se il suo successore sarà ancora più radicale o se aprirà a una stagione di riforme. Quel che è certo è che la Russia non rinuncerà facilmente al suo ruolo di antagonista dell'Occidente, alimentata da una visione imperiale che sembra immune ai cambiamenti del tempo.

L’EUROPA SPETTATRICE E IL CASO MADURO
In questo scontro tra giganti, l’Europa appare come il grande assente. Nonostante il nostro continente abbia le risorse economiche e militari per intervenire e stabilizzare la situazione, manca una volontà politica unitaria. Assistiamo a un duello tra Francia e Germania per decidere chi debba guidare un eventuale esercito europeo, mentre l'Italia e altri paesi osservano dagli spalti, sperando che la locomotiva dell'Unione ci porti a destinazione senza che dobbiamo fare troppa fatica. Il rischio concreto è quello di ritrovarsi in un mondo governato esclusivamente dagli interessi di Washington e Mosca, dove noi saremo solo passeggeri dell'ultimo vagone. In questa visione non c’è alcuna premonizione, di fatto l’Europa per diversi motivi, è per sua scelta e conseguenza di altre scelte più lontane nel tempo, una “colonia” statunitense. Gli strali ideologici sono del tutto inutili. Non è certo con l’UE – come hanno voluto far credere – che ci si può trasformare in potenza egemone.

Un esempio lampante di come agisce la potenza egemone, ovvero gli Stati Uniti, è stato il recente arresto di Maduro in Venezuela. Non è stata un'operazione di guerra classica, ma un'azione di polizia internazionale condotta da un'agenzia investigativa americana. Questo dimostra che gli Stati Uniti, indipendentemente da chi siede alla Casa Bianca, possiedono una strategia a lungo termine che scavalca i confini nazionali e il diritto internazionale così come lo intendiamo noi europei, eredi della tradizione giuridica romana. Il messaggio è chiaro: il mondo sta tornando a essere governato dalla forza bruta, chi non partecipa attivamente alla scrittura della storia è destinato a subirla. La sfida per l'Europa, e per l'Ucraina stessa, è quella sfuggire al ruolo di pedine. I tavoli negoziali come la conferenza di Parigi servono solo ed unicamente a dare segni tangibili di presenza, ma a decidere, come da quasi un secolo, non sarà l’Europa e neanche l’Ucraina.