Esiste un’immagine che, meglio di mille trattati di geopolitica, descrive il tempo sospeso che stiamo vivendo. È la sagoma della Groenlandia che, invece di apparire nel suo bianco naturale, viene mostrata interamente ricoperta dalle stelle e strisce della bandiera americana. Non è l’opera di un provocatore solitario, ma il segnale lanciato dai vertici del potere di Washington. Sotto quella mappa compariva una parola breve e inquietante: presto.
L'Europa sta morendo: il prezzo della debolezza
Questo episodio non riguarda solo il destino di un’isola remota, ma mette a nudo la fragilità profonda di un’Unione Europea che sembra aver smarrito la capacità di proteggere i propri confini e i propri interessi. Sì è molto chiaro, seppure le nostre menti sono ormai obnubilate da programmi televisivi al limite della demenza e lo studio ridotto a una truffa istituzionalizzata per produrre beoti, la Groenlandia è un territorio appartenente al Regno di Danimarca, in sintesi: UE!
L’ILLUSIONE DEL SALOTTO E LA FREDDEZZA DEI NUMERI
Per osservare il mondo con onestà non serve rifugiarsi in oscure teorie del complotto; occorre, al contrario, una mente matematica, fredda e analitica, capace di guardare i fatti per quello che sono, senza farsi distrarre da ciò che si vorrebbe vedere. Mentre il mondo esterno è scosso da una tempesta senza precedenti, in Europa continuiamo ad assistere passivamente a una sorta di teatrino della politica. È uno spettacolo fatto di gesti vuoti, di sopracciglia che si inarcano con finta gravità e di discorsi cerimoniosi pronunciati da poltrone troppo comode.
Questi attori di seconda e terza linea, insieme a comunicatori prezzolati, si aggrappano a dogmi ormai privi di vita al solo scopo di giustificare la propria esistenza o, peggio, per ostacolare chiunque cerchi di tracciare una rotta sensata nel mare in tempesta. È un esercizio sterile per ideologi che vivono fuori dal tempo, ma la realtà non si cura delle loro messinscene.
IL CONTO DELLA STORIA CHE NON AMMETTE SCONTI
Dopo anni passati a crogiolarci in un benessere che ci ha reso molli e indifferenti, fino a lambire il disprezzo per noi stessi e la nostra stessa dissoluzione, la storia è tornata a presentarci il conto. E si tratta di un debito che non può essere saldato con qualche slogan efficace o con patetiche sfilate di piazza, che ormai sono diventate l'ombra sbiadita di ciò che erano un tempo.
Abbiamo vissuto troppo a lungo come rane che si godono il tepore dell’acqua che si scalda lentamente. La verità brutale è che da quelle rane intorpidite non nasceranno mai dei draghi capaci di dominare il fuoco del nuovo ordine mondiale. L’Europa deve capire che la sua debolezza non è un destino inevitabile, ma il risultato di una pigrizia intellettuale e politica che oggi ci rende vittime designate in un mondo che ha smesso di essere gentile.
LA TRAPPOLA DEL DIRITTO SENZA FORZA
Per comprendere appieno la crisi di rilevanza dell'Europa, dobbiamo guardare oltre le cronache recenti e risalire alle radici stesse della politica di potenza. Esiste un’idea, antica di millenni, che funge da specchio spietato per la nostra attuale condizione: quella secondo cui la giustizia e il diritto internazionale non sono principi assoluti, ma beni di lusso che solo chi possiede una forza pari a quella dell'avversario può permettersi di invocare. Questa visione è stata cristallizzata magistralmente dallo storico greco Tucidide nel celebre dialogo tra gli abitanti di Atene e quelli dell'isola di Melo. In quell'occasione, gli ateniesi furono brutali nella loro chiarezza, spiegando che nelle vicende umane il diritto ha valore solo se esiste una parità di forze in campo; in caso contrario, chi è potente agisce secondo i propri desideri e chi è debole è costretto a subire le conseguenze.
Questa non è una lezione di cattiveria gratuita, ma una descrizione della realtà. Se applichiamo questo concetto all'Unione Europea di oggi, emerge una verità scomoda: l’Europa ha costruito la sua intera identità sulla convinzione che le norme e i trattati potessero sostituire i cannoni. Abbiamo creduto che il diritto internazionale fosse una protezione magica, dimenticando che le regole funzionano solo tra vicini che si rispettano perché sanno di non poter prevalere l'uno sull'altro. Quando però si crea uno sbilanciamento troppo forte tra i blocchi, come quello che vediamo tra un'America decisa ad agire e un'Europa incerta su come reagire, la forza tende quasi "naturalmente" a scavalcare la norma.
IL MIRAGGIO DELLA LEGALITÀ INTERNAZIONALE
In questo contesto, appellarsi alla sovranità o alla correttezza diplomatica rischia di diventare un esercizio inutile se non è sostenuto da una capacità di deterrenza reale. La dottrina della ragion di Stato ci ricorda infatti che gli interessi nazionali e la capacità di imporli prevalgono quasi sempre sulla morale o sulla legalità teorica. Non è un caso che, davanti a dinamiche di espansione o di pressione economica, le grandi potenze smettano di fingere di seguire giustificazioni nobili e passino direttamente alla logica del possesso.
L'Europa si trova oggi in una posizione pericolosamente simile a quella della piccola isola di Melo: convinta che la propria neutralità o il richiamo ai trattati possano bastare a tenerla al sicuro. Ma senza una forza comune che dia peso alle sue parole, l'Unione Europea rimane un gigante dai piedi d'argilla. Finché non saremo in grado di esprimere una potenza pari a quella dei nostri interlocutori, il diritto internazionale resterà per noi solo un bellissimo ideale, mentre per gli altri continuerà a essere una variabile opzionale che si può ignorare in nome di un obiettivo più grande. La debolezza, in geopolitica, non attira mai compassione, ma invita quasi sempre alla prevaricazione.
LA STRATEGIA DELLO SMANTELLAMENTO INTERNO
Il vero pericolo per l’Europa non viene solo dall’esterno, ma da una precisa strategia volta a indebolirla dall’interno. Esistono centri di pensiero molto influenti oltreoceano che non parlano più di riformare l’Unione, ma di smantellarla. L’obiettivo è trasformare un blocco compatto di 450 milioni di consumatori in una galassia di piccoli stati separati, più facili da negoziare e, se necessario, da dominare.
Per fare questo, la strategia è semplice: sostenere attivamente quei movimenti e quei leader che vedono nell’integrazione europea un ostacolo. Se l’Europa non riesce a parlare con una sola voce in politica estera, rimane vulnerabile. È come un grande edificio con molte porte, dove ognuno possiede una chiave diversa e nessuno si preoccupa di chiudere il portone principale. Questa mancanza di unità trasforma il mercato europeo, che pure è uno dei più ricchi al mondo, in una preda ambita piuttosto che in un attore protagonista.
LA CORSA AL CONTROLLO DEL FUTURO
Ma perché proprio la Groenlandia? La risposta non va cercata solo nel petrolio o nei minerali, ma nel controllo dello spazio e della tecnologia. In un mondo sempre più digitale, chi controlla i satelliti controlla l'economia. L’Artico è il punto strategico per gestire le comunicazioni globali e la Groenlandia è la piattaforma perfetta per dominare questa nuova frontiera.
Inoltre, l’isola è ricca di terre rare, materiali indispensabili per costruire smartphone, batterie e intelligenza artificiale. Attualmente questi materiali sono quasi totalmente in mano alla Cina, e l’America non intende restare a guardare. Il fatto che un territorio sotto sovranità europea sia al centro di queste ambizioni dimostra che la nostra "proprietà" su certe risorse è puramente teorica se non abbiamo la forza militare o politica per difenderla. Senza un esercito comune o una visione strategica condivisa, i nostri territori diventano pedine sulla scacchiera di altri.
IL TERREMOTO ECONOMICO E L’ADDIO ALLA SICUREZZA
Questo scenario sta già producendo effetti devastanti sui mercati finanziari. Per anni il dollaro americano è stato il porto sicuro per ogni risparmiatore, ma oggi questa certezza vacilla. Gli investitori iniziano a diversificare, rifugiandosi nell’oro, che ha raggiunto quotazioni record. Anche i titoli di stato americani, un tempo considerati il bene più sicuro al mondo, vengono ora guardati con sospetto a causa dell'instabilità politica.
In questo caos, l’Europa sta cercando di reagire creando i propri titoli di debito comuni, ma lo fa con una lentezza esasperante. Il settore che invece non conosce crisi è quello della difesa. Le aziende che producono armamenti stanno registrando crescite incredibili, segno che il mondo si sta preparando a un futuro dove la parola passerà ai cannoni piuttosto che ai trattati. È un segnale chiaro: la sicurezza che davamo per scontata è finita e l'Europa si ritrova a dover rincorrere un riarmo necessario ma tardivo.
UN MATRIMONIO DIFFICILE E LA NECESSITÀ DI SCEGLIERE
La condizione dell’Europa è stata paragonata a quella di un partner in una relazione infelice e opprimente: dipendiamo dal nostro alleato per la difesa, per l'energia e per la tecnologia, e proprio questa dipendenza viene usata per controllarci. Sappiamo che dovremmo essere autonomi, ma ci mancano le strutture per stare in piedi da soli. Gli esperti dicono che ci vorrebbero almeno dieci anni per raggiungere una vera sovranità, un tempo enorme in cui rimarremo esposti a ogni decisione unilaterale delle superpotenze.
La domanda che dobbiamo porci non è se gli altri rispetteranno le regole, perché abbiamo visto che la forza tende a ignorare il diritto quando non c'è equilibrio. La vera questione è se l’Europa troverà il coraggio di smettere di essere un vassallo per diventare finalmente un’entità capace di difendere i propri cittadini. Il tempo delle illusioni è scaduto; ora resta solo la nuda realtà del potere.