L'indipendenza della Banca centrale (ora del sistema delle banche
centrali dell'euro) è un tema tornato alla ribalta con l'emendamento
approvato in sede di Legge di Bilancio in base al quale si riafferma il
principio che le riserve auree gestite e determinate dalla Banca
d’Italia appartengono al popolo.
L'emendamento, che non cambia nulla sotto il profilo giuridico, non
ha effetti finanziari sul Bilancio dello Stato, chiarisce però quali
siano i rapporti tra governi e autorità monetarie europee.
Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, non ha perso
l’occasione, però, di ribadire l’indipendenza della Banca centrale (e
quindi della Bce e del sistema delle banche centrali) proprio nel corso
del dibattito sulla questione delle riserve auree.
Al di là dell'Atlantico, anche negli Usa, in questo stesso periodo di
tempo negli ambienti non solo finanziari, ma anche politici ci si
chiede se nel corso del 2026 la Fed potrebbe diventare qualcosa di
diverso da quella che è attualmente. Non si tratta solo della questione
sui maggiori tagli dei tassi (come chiedono la Casa Bianca e il Fomc,
Federal Open Market Committee, responsabile delle operazioni di mercato,
cioè gestore della politica monetaria), ma di una trasformazione che
faccia della Fed qualcosa di diverso dall’attuale, insomma la ‘querelle’
non è relativa solo alla indicazione del nuovo presidente. Infatti,
sono allo studio riforme con l'obiettivo di portare sotto il controllo
del Congresso e del presidente americano l'intero sistema della Federal
Reserve, diminuendone le competenze, proponendo che venga limitato il
suo potere di fare politiche non convenzionali come il ‘quantitative
easing’, imponendo un coordinamento con il governo.
In prospettiva, potrebbe dunque essere limitata o quantomeno essere
intaccata l'indipendenza della Fed, cosi come si è andata disegnando,
analogamente a tutte le banche centrali, allorquando dalla fine del
secolo scorso la mondializzazione della finanza ha fatto del credito
un'attività soggetta alle sole regole del mercato, nel quale - si dice -
lo Stato non può e non deve più interferire.
È indifferibile, pertanto, una profonda riflessione sui temi cruciali
e connessi della sovranità monetaria, del ruolo del risparmio, della
funzione del credito. Una riflessione che guardi alla concretezza della
realtà più che ai dogmi delle teorie economiche, per ritrovare i valori
fondanti e irrinunciabili di ogni civile convivenza.
La creazione di moneta e il suo governo sono da sempre attributo ed
espressione della sovranità dello Stato. Questa limpida connessione oggi
è stata recisa.
In Italia, tanto per limitarci alla nostra storia, questa trasformazione si realizzò:
- a) con il cosiddetto ‘divorzio’ tra la Banca d'Italia e il Tesoro;
- b) con l'attribuzione alla sola Banca centrale del potere di
fissare il tasso di sconto, in passato concordato col ministro del
Tesoro, cui ne competeva la responsabilità politica.
Successivamente, il Trattato di Maastricht stabilì che
“nell'esercizio dei poteri e nell'assolvimento dei compiti e dei doveri
loro attribuiti…né la Banca centrale europea né una Banca centrale
nazionale...possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni
o dagli organi comunitari, dai governi degli Stati membri né da
qualsiasi altro organismo. Le istituzioni e gli organi comunitari nonché
i governi degli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio
e a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della
Banca centrale europea o delle Banche centrali nazionali
nell'assolvimento dei loro compiti”.
Dietro queste scelte c'era e c'è una evidente sfiducia nella capacità della politica di governare con correttezza la moneta.
Ostaggi del volubile consenso popolare, i politici sarebbero, cioè,
inesorabilmente indotti a concedere più del possibile, scaricando poi
l'onere sul bilancio pubblico, finanziato con debiti o magari con la
stampa di nuova moneta. Di qui la necessità di ‘espropriare’ gli organi
politici del potere sulla moneta, nel presupposto che le banche centrali
siano le sole in grado di prendere le decisioni opportune, anche quando
siano estremamente impopolari.
In questa concezione, apparentemente lineare, si nascondono due errori fondamentali.
Anzitutto è qualunquistica la visione di una classe politica sempre
incapace di imporre rigore e di una tecnocrazia invece sempre tempestiva
e precisa nelle sue scelte.
La realtà, anche recente, mostra invece esempi di clamorosi errori
nelle scelte o negli scenari ipotizzati dai tecnici e dimostra per
contro che chi ha la responsabilità di governo per consenso del popolo
non solo è capace di chiedere sacrifici, ma è il solo legittimato a
farlo. E proprio qui si nascondono l'errore e il pericolo fondamentale
che una visione ‘integralista’ dell'indipendenza delle Banche centrali
comporta: vulnerando il rapporto tra popolo e governo, si è
delegittimata in realtà la sovranità popolare. Alla democrazia, alle sue
regole e ai suoi controlli, si è sostituita una oligarchia di
tecnocrati, tra loro internazionalmente collegati, quasi casta chiusa,
la quale si autolegittima e si erge nel suo campo a potere sovrano, che
va ben al di là del semplice governo della moneta, condizionando
l'intera economia, la vita quotidiana, il modello di società, il
presente e il futuro.
Le capacità di governo della politica risultano perciò subordinate e
residuali mentre attualmente lo strapotere della Banca centrale europea è
totalmente indipendente da governi e parlamenti.
Le capacità di difesa delle singole autorità monetarie perciò sono pressoché inesistenti.
Rinunce da parte dell'Italia alla sovranità monetaria sarebbero
dovute avvenire solo nell'ottica dell'unità politica dell'Europa, di cui
però l'unità monetaria nazionale avrebbe dovuto essere la conseguenza,
non la premessa. Comunque, a livello europeo, una sovranità monetaria
avrebbe dovuto esigere innanzitutto forme di controllo sui flussi di
capitali che operino una netta distinzione fra i trasferimenti di
capitali a fini d'investimento o in pagamento di merci e servizi e i
flussi monetari a brevissimo termine a fini speculativi. Per questo sono
stato sempre favorevoli alla cosiddetta Tobin Tax sulle operazioni a
brevissimo termine per fini speculativi.
Occorre, inoltre, in tema di libera circolazione delle merci, tornare
a clausole di salvaguardia europea e a un sistema di accordi che mirino
a promuovere il commercio extracomunitario e lo sviluppo economico dei
Paesi Terzi, in misura che sia, però, compatibile con la salvaguardia
dei livelli d'occupazione e delle condizioni di vita dei Paesi europei.
Un liberismo senza controlli rischia, infatti, di impoverire gli uni e
gli altri, arricchendo soltanto un'oligarchia di trafficanti e
speculatori.