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Banche centrali, un'autonomia pericolosa

 
Banche centrali, un'autonomia pericolosa
di Riccardo Pedrizzi
L'indipendenza della Banca centrale (ora del sistema delle banche centrali dell'euro) è un tema tornato alla ribalta con l'emendamento approvato in sede di Legge di Bilancio in base al quale si riafferma il principio che le riserve auree gestite e determinate dalla Banca d’Italia appartengono al popolo.
 
L'emendamento, che non cambia nulla sotto il profilo giuridico, non ha effetti finanziari sul Bilancio dello Stato, chiarisce però quali siano i rapporti tra governi e autorità monetarie europee.
 
Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, non ha perso l’occasione, però, di ribadire l’indipendenza della Banca centrale (e quindi della Bce e del sistema delle banche centrali) proprio nel corso del dibattito sulla questione delle riserve auree.
 
Al di là dell'Atlantico, anche negli Usa, in questo stesso periodo di tempo negli ambienti non solo finanziari, ma anche politici ci si chiede se nel corso del 2026 la Fed potrebbe diventare qualcosa di diverso da quella che è attualmente. Non si tratta solo della questione sui maggiori tagli dei tassi (come chiedono la Casa Bianca e il Fomc, Federal Open Market Committee, responsabile delle operazioni di mercato, cioè gestore della politica monetaria), ma di una trasformazione che faccia della Fed qualcosa di diverso dall’attuale, insomma la ‘querelle’ non è relativa solo alla indicazione del nuovo presidente. Infatti, sono allo studio riforme con l'obiettivo di portare sotto il controllo del Congresso e del presidente americano l'intero sistema della Federal Reserve, diminuendone le competenze, proponendo che venga limitato il suo potere di fare politiche non convenzionali come il ‘quantitative easing’, imponendo un coordinamento con il governo.
 
In prospettiva, potrebbe dunque essere limitata o quantomeno essere intaccata l'indipendenza della Fed, cosi come si è andata disegnando, analogamente a tutte le banche centrali, allorquando dalla fine del secolo scorso la mondializzazione della finanza ha fatto del credito un'attività soggetta alle sole regole del mercato, nel quale - si dice - lo Stato non può e non deve più interferire.
 
È indifferibile, pertanto, una profonda riflessione sui temi cruciali e connessi della sovranità monetaria, del ruolo del risparmio, della funzione del credito. Una riflessione che guardi alla concretezza della realtà più che ai dogmi delle teorie economiche, per ritrovare i valori fondanti e irrinunciabili di ogni civile convivenza.
 
La creazione di moneta e il suo governo sono da sempre  attributo ed espressione della sovranità dello Stato. Questa limpida connessione oggi è stata recisa.
 
In Italia, tanto per limitarci alla nostra storia, questa trasformazione si realizzò:
 
  1. a) con il cosiddetto ‘divorzio’ tra la Banca d'Italia e il Tesoro;
  2. b) con l'attribuzione alla sola Banca centrale del potere di fissare il tasso di sconto, in passato concordato col ministro del Tesoro, cui ne competeva la responsabilità politica.
Successivamente, il Trattato di Maastricht stabilì che “nell'esercizio dei poteri e nell'assolvimento dei compiti e dei doveri loro attribuiti…né la Banca centrale europea né una Banca centrale nazionale...possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari, dai governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni e gli organi comunitari nonché i governi degli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio e a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della Banca centrale europea o delle Banche centrali nazionali nell'assolvimento dei loro compiti”.
 
Dietro queste scelte c'era e c'è una evidente sfiducia nella capacità della politica di governare con correttezza la moneta.
 
Ostaggi del volubile consenso popolare, i politici sarebbero, cioè, inesorabilmente indotti a concedere più del possibile, scaricando poi l'onere sul bilancio pubblico, finanziato con debiti o magari con la stampa di nuova moneta. Di qui la necessità di ‘espropriare’ gli organi politici del potere sulla moneta, nel presupposto che le banche centrali siano le sole in grado di prendere le decisioni opportune, anche quando siano estremamente impopolari.
 
In questa concezione, apparentemente lineare, si nascondono due errori fondamentali.
 
Anzitutto è qualunquistica la visione di una classe politica sempre incapace di imporre rigore e di una tecnocrazia invece sempre tempestiva e precisa nelle sue scelte.
 
La realtà, anche recente, mostra invece esempi di clamorosi errori nelle scelte o negli scenari ipotizzati dai tecnici e dimostra per contro che chi ha la responsabilità di governo per consenso del popolo non solo è capace di chiedere sacrifici, ma è il solo legittimato a farlo. E proprio qui si nascondono l'errore e il pericolo fondamentale che una visione ‘integralista’ dell'indipendenza delle Banche centrali comporta: vulnerando il rapporto tra popolo e governo, si è delegittimata in realtà la sovranità popolare. Alla democrazia, alle sue regole e ai suoi controlli, si è sostituita una oligarchia di tecnocrati, tra loro internazionalmente collegati, quasi casta chiusa, la quale si autolegittima e si erge nel suo campo a potere sovrano, che va ben al di là del semplice governo della moneta, condizionando l'intera economia, la vita quotidiana, il modello di società, il presente e il futuro.
 
Le capacità di governo della politica risultano perciò subordinate e residuali mentre attualmente lo strapotere della Banca centrale europea è totalmente indipendente da governi e parlamenti.
 
Le capacità di difesa delle singole autorità monetarie perciò sono pressoché inesistenti.
 
Rinunce da parte dell'Italia alla sovranità monetaria sarebbero dovute avvenire solo nell'ottica dell'unità politica dell'Europa, di cui però l'unità monetaria nazionale avrebbe dovuto essere la conseguenza, non la premessa. Comunque, a livello europeo, una sovranità monetaria avrebbe dovuto esigere innanzitutto forme di controllo sui flussi di capitali che operino una netta distinzione fra i trasferimenti di capitali a fini d'investimento o in pagamento di merci e servizi e i flussi monetari a brevissimo termine a fini speculativi. Per questo sono stato sempre favorevoli alla cosiddetta Tobin Tax sulle operazioni a brevissimo termine per fini speculativi.
 
Occorre, inoltre, in tema di libera circolazione delle merci, tornare a clausole di salvaguardia europea e a un sistema di accordi che mirino a promuovere il commercio extracomunitario e lo sviluppo economico dei Paesi Terzi, in misura che sia, però, compatibile con la salvaguardia dei livelli d'occupazione e delle condizioni di vita dei Paesi europei.
 
Un liberismo senza controlli rischia, infatti, di impoverire gli uni e gli altri, arricchendo soltanto un'oligarchia di trafficanti e speculatori.