Famiglie italiane sempre meno centrali nello scenario europeo tra inflazione, risparmio debole e concentrazione della ricchezza
Negli
ultimi tredici anni la ricchezza delle famiglie italiane è cresciuta,
ma troppo lentamente per tenere il passo dell’Europa che corre. I numeri
raccontano una storia che smentisce due luoghi comuni duri a morire:
quello dell’Italia agganciata alle grandi economie continentali e quello
degli italiani come popolo naturalmente votato al risparmio. Dal
dicembre 2012 al giugno 2025 la ricchezza complessiva delle famiglie è
aumentata del 20,6%, contro il 45,1% della Francia e addirittura il
108,2% della Germania, mentre la media dell’area euro si è attestata al
66,2%. Se si tiene conto dell’inflazione, con un indice di rivalutazione
monetaria pari a 1,22, il dato diventa ancora più severo, in termini
reali le famiglie italiane hanno perso circa il 2% della propria
ricchezza.
È quanto emerge dall’analisi della Fondazione Fiba di First Cisl sui dati della Banca centrale europea,
che descrive un Paese in progressiva perdita di peso relativo. Nel 2025
la ricchezza netta delle famiglie italiane ammonta a 10.991,5 miliardi
di euro, pari al 16,6% del totale dell’area euro, nel 2012 era il 22,9%.
Una discesa che segnala non solo una crescita più lenta, ma anche un
progressivo arretramento nel confronto europeo.
Il
quadro non migliora guardando alla ricchezza media per famiglia. A fine
2012 le famiglie italiane risultavano più ricche di quelle francesi e
tedesche, con una dotazione media di circa 375,6 mila euro contro i
325,1 mila dei francesi e i 228,5 mila dei tedeschi. A metà 2025 lo
scenario si è capovolto, l’Italia si ferma a 438,7 mila euro, superata
dalla Francia con 442,2 mila e dalla Germania con 461,6 mila euro. Un
sorpasso silenzioso ma eloquente, che certifica la perdita di terreno
accumulata nel tempo.
Se
il confronto europeo è impietoso, la distribuzione interna della
ricchezza lo è ancora di più. La società italiana appare sempre più
polarizzata, il 50% meno abbiente della popolazione possiede appena il
7,4% della ricchezza complessiva, il 60% si ferma al 12%, mentre il 10%
più ricco controlla quasi il 60%. Ancora più marcato il dato relativo al
5% più ricco, che detiene da solo il 49,4% della ricchezza totale, il
livello più elevato tra i grandi Paesi europei. Solo Austria, Croazia e
Lituania registrano una concentrazione superiore. Una disuguaglianza
strutturale che si approfondisce e rischia di tradursi in frattura
sociale.
A cadere definitivamente è anche il mito degli italiani risparmiatori. I dati Eurostat
mostrano come il tasso di risparmio lordo delle famiglie italiane, già
storicamente più basso di quello di altri Paesi, sia cresciuto meno
della media europea. A giugno 2025 il dato italiano si ferma al 12,3%,
ben al di sotto della media dell’area euro (15,4%) e lontanissimo dai
livelli di Germania (19,2%) e Francia (18,7%). Una dinamica che riflette
redditi stagnanti, maggiore precarietà e una capacità sempre più
ridotta di accumulare risorse per il futuro.
Secondo Riccardo Colombani,
segretario generale nazionale di First Cisl, i numeri indicano una
direzione di marcia preoccupante. L’Italia, osserva, è un Paese in cui
le disuguaglianze crescono e il divario con le altre grandi economie
europee si amplia. Per invertire la rotta servono politiche innovative
capaci di coniugare competitività e crescita della ricchezza delle
famiglie, ponendo al centro la riduzione delle diseguaglianze.
In
questa prospettiva, Colombani individua due leve decisive. La prima è
la partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori alla gestione delle
imprese, prevista dalla proposta di legge di iniziativa popolare della
Cisl, come strumento di elevazione economica e sociale del lavoro in
linea con i principi costituzionali. La seconda è la necessità di
investimenti ingenti per affrontare le trasformazioni in atto, dalla
transizione tecnologica a quella demografica. In un contesto di risorse
pubbliche limitate, il risparmio privato diventa centrale, a patto che
venga canalizzato verso l’economia reale.
Il recente varo, da parte della Commissione europea,
dei conti di risparmio e investimento rappresenta un passo importante
in questa direzione. Ma, avverte Colombani, occorre tener conto delle
peculiarità dei sistemi produttivi e dei mercati dei capitali nazionali,
anche alla luce delle evoluzioni istituzionali dell’Unione, come
l’ingresso della Bulgaria nell’area euro. L’obiettivo del mercato unico
dei capitali può e deve essere compatibile con strumenti nazionali
mirati, come un Fondo di investimento nell’economia reale italiana,
proposto da First e Cisl già nel 2022.
In
sostanza, senza un approccio innovativo e coraggioso, il rischio è
quello di un’ulteriore crescita delle disuguaglianze e di una
conseguente disgregazione sociale. Un prezzo che l’Italia, già oggi in
affanno nel confronto europeo, difficilmente può permettersi di pagare.