Quanto grande potrebbe essere la soddisfazione di Mary Shelley nel vedere che, a più di due secoli dalla pubblicazione del suo ''Frankenstein'', lei possa vantare ancora degli epigoni, che ripropongono ancora oggi il percorso letterario pensato dalla scrittrice per la sua opera: assemblare pezzi di corpi senza vita per crearne una da regalare ad una creatura mandata per il mondo.
Non parliamo delle tante versioni cinematografiche di quel capolavoro (tra le quali quella di ''Si può fare!!!'' o di ''Quale gobba?'' di Mel Brooks non è certo tra le ultime, anzi), ma della totale mancanza di idee che permea la Rai, il cosiddetto servizio pubblico, che (dopo avere banchettato del contenuto delle proprie teche e degli archivi, proponendo a ripetizione spezzoni della televisione che fu, incensando il concetto che il passato è sempre migliore) immancabilmente ammannisce al popolo uno spettacolo di fine anno che è la summa dell'imbarazzo, sia per chi lo guarda, ma, crediamo, anche per chi ne è protagonista.
Tele-incursioni - Il capodanno Rai ripropone la televisione-Frankenstein, riesumando dall'oblio cantanti e canzoni
Come ha dimostrato l'evento di Catanzaro, che comunque ha fatto il pieno di audience, ma solo di quello, che pure è importante, ma che non cancella certo la pochezza dell'offerta, che sembra essere un consegnarsi scientemente, ciclicamente, nelle mani di chi deve piazzare qualche artista, tirandolo fuori dalla naftalina.
Soprattutto quelli spariti da anni o decenni dal radar della gente e che, come la ballerina del carillon, nelle ore di passaggio dal vecchio al nuovo anno, vengono mandati sul palco a cantare (oddio, cantare....) o a zompettare, davanti a persone che stanno lì a godersi la novità ed ad aspettare lo scoccare la mezzanotte, sperando magari d'essere inquadrato per pochi secondi, mentre baciano il parter.
Uno spettacolo sporcato da esibizioni in playback, da medley da balera, da un corpo di ballo che spesso andava per conto suo.
Tutto ha dato l'impressione di essere davanti alla sublimazione del concetto che tutti hanno diritto ad avere il loro quarto d'ora di celebrità, magari solo per dare una rinfrescata a quella di troppo tempo fa. Se si va a riguardare la scaletta dello show, ci si accorge che i brani proposti raccontano un'altra Italia, quella del ''Finche la barca va, lasciala andare'', che era il mantra di chi, pur davanti allo sfacelo, pensava che era meglio turarsi il naso e fare finta di nulla. Celebrare come fossero Lady Gaga o Bruno Mars cantanti che non hanno più nulla da dire, se non riesumare brani vecchissimi, significa ingannare, bonariamente, il pubblico che è molto più maturo di quel che si pensi.
È stato il capolavoro del kitsch e poco o nulla serve guardare agli applausi della gente di Catanzaro che, se non altro, ha dato prova di grande resistenza, oltre che di grande pazienza.
Con il massimo rispetto per i cantanti, c'è da chiedersi se ha ancora un senso riproporre un repertorio vecchio di mezzo secolo, di rimandare sul palco chi non ha, da tempo, nulla di interessante di proporre se non canzoni che rimandano ad anni andati, ad epoche artistiche vetuste e anche da dimenticare, se solo se ne avesse voglia.
Ma c'è da stare certi che, anche il prossimo 31 dicembre, ci ritroveremo - pensando alla maggior parte degli italiani - ad aspettare l'arrivo del 2027 sulle note di ''Anima mia'' o ''Tipitipitì'', che risalgono ai primi anni '70, cinquant'anni fa, celebrati come se fossero evergreen.