La conferenza stampa nella quale Donald Trump ha dato la sua versione delle cause e delle prospettive dell'attacco al Venezuela non è stata solo l'occasione per il presidente americano di celebrarsi, sia pure a modo suo, ma anche una prima avvisaglia della guerra fratricida - sempre che in politica i legami, soprattutto quelli sbandierati, abbiano una fondatezza - che si sta scatenando, in casa repubblicana, per partire nella migliore posizione possibile quando si scatenerà la lotta per occupare la Casa Bianca alla scadenza del mandato attuale.
Usa: l'attacco al Venezuela apre la corsa alla successione a Trump, con Rubio che affila le armi
Anche se può apparire prematuro lasciarsi andare ad analisi e previsioni, lo stesso panel dei comprimari dell'evento, dietro Donald Superstar, dà adito a qualche considerazione.
A cominciare dal fatto che mancava il vicepresidente JD Vance, la cui assenza era difficile da prevedere vista l'importanza delle comunicazioni che Trump aveva intenzione di fare e che, sostanzialmente, hanno descritto la sua dottrina per gli anni a venire.
Affermazioni del genere, visto anche l'ampio respiro temporale, avrebbero imposto la presenza di Vance che ormai da settimane si muove da futuro candidato repubblicano alla Casa Bianca, allacciando rapporti stretti con la galassia conservatrice, a cominciare da Turning Point Usa, la creatura di Charlie Kirk, il leader della destra repubblicana, ucciso da un cecchino in un campus universitario.
Le teorie portate avanti da Kirk, uomo del dialogo, ma anche fortemente divisivo per le sue idee in materia di diritti della persona, sembrano fatte per essere ''inglobate'' nel futuro manifesto di Vance, che flirta con l'ala più determinata dell'elettorato conservatore, senza nemmeno una parvenza di prudenza quando si tratta di parlare del futuro degli Stati Uniti nei rapporti, ad esempio, con l'Europa, trattata dal vice di Trump alla stregua di un'accozzaglia di maneggioni e profittatori, oltre che soffocatori del dissenso.
Accanto a Trump lui non c'era, al contrario di Marco Rubio e Pete Hegseth, che hanno avuto i loro minuti divisibilità, che però riverbereranno i loro effetti in futuro, quando, prima o poi, si tireranno veramente le somme della politica estera americana e si potrebbero determinare anche alleanze o dichiarazioni di non ostilità.
Perché il fatto stesso che Trump abbia abbracciato la strategia di Rubio (interventista, ma non per questo miope davanti alle difficoltà future di guidare un Paese straniero, per come ha detto di volere fare il presidente parlando del Venezuela) sembra essere quasi una apertura di credito nei confronti del segretario di Stato. Che poi l'umorale Trump possa cambiare idea è un fatto che nessuno può scartare apriori. Ma quel che accaduto sabato, in conferenza stampa, ha fatto salire alle stelle le quotazioni di Rubio in vista di USA 2028.
Anche perché non è difficile capire che le scelte di Trump sono ispirate alla filosofia di Rubio che guarda ai fatti concreti (il petrolio venezuelano fa gola), ai fatti futuribili (l'ulteriore allargamento della sfera d'influenza di Mosca e Pechino in Sud America); ai fatti elettorali (l'elettorato ispanico negli Stati Uniti sarà sempre più determinante).