Nel dibattito pubblico contemporaneo, ogni volta che esplode un conflitto o si verifica una crisi diplomatica, viene evocata una sorta di entità superiore chiamata diritto internazionale. La narrazione comune dipinge questo sistema come un giudice globale capace di riportare l’ordine, punire i colpevoli e garantire la pace. Tuttavia, osservando la realtà dei fatti, dalle vicende in Ucraina e Gaza fino al recente arresto di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, emerge una verità molto diversa. Il diritto internazionale non è una legge suprema che sta sopra tutto, ma una costruzione fragile che si scontra quotidianamente con la sovranità dei singoli Stati e, soprattutto, con i reali rapporti di forza tra le potenze.
UNA CONTRADDIZIONE IN TERMINI TRA LEGGE E SOVRANITÀ
Il primo grande equivoco da chiarire riguarda la natura stessa di questo ordinamento. A differenza del diritto interno di un Paese, dove esiste un codice, un tribunale e una polizia che ne impone il rispetto, nel panorama mondiale non esiste un governo del pianeta. Il diritto internazionale è, in sostanza, un insieme di regole che gli Stati decidono volontariamente di darsi attraverso trattati e accordi. Questa è la sua contraddizione fondamentale: una legge che dipende dalla volontà di chi dovrebbe esserne sottomesso non è una vera legge, ma un accordo tra gentiluomini che rimane valido solo finché conviene rispettarlo. Quando un interesse nazionale vitale entra in rotta di collisione con una norma internazionale, è quasi sempre la norma a soccombere.
L’ILLUSIONE DELL’ONU E DEI TRIBUNALI GLOBALI
Spesso si guarda alle Nazioni Unite come a un’autorità esecutiva, ma la realtà è che l’ONU è poco più di un tavolo di negoziazione politica. Non ha il potere di imporre sanzioni o interventi senza il consenso delle grandi potenze, che infatti usano regolarmente il diritto di veto per proteggere i propri interessi o quelli dei propri alleati. Lo stesso discorso vale per la Corte Penale Internazionale. Molti restano sorpresi quando scoprono che mandati d’arresto contro leader mondiali non portano a nulla di concreto. Questo accade perché grandi nazioni come Stati Uniti, Russia e Cina non ne riconoscono la giurisdizione. Senza la cooperazione degli Stati, la giustizia internazionale rimane un esercizio teorico privo di braccio armato.
LA LEGGE DEL PIÙ FORTE TRA YEMEN E LIBIA
L’inefficacia di questo sistema appare evidente quando si osservano le crisi umanitarie. In Yemen, ad esempio, sono anni che vengono documentate violazioni sistematiche delle convenzioni sui diritti umani, eppure le potenze occidentali hanno continuato a rifornire di armi i protagonisti del conflitto in aperto contrasto con i trattati sul commercio bellico. In quel contesto, la norma diventa una semplice dichiarazione di intenti. Un altro caso emblematico è quello della Libia nel 2011, dove un mandato ONU nato per proteggere i civili è stato reinterpretato unilateralmente dalla NATO per operare un cambio di regime forzato. In entrambi gli esempi, la legalità internazionale è stata piegata o ignorata per servire obiettivi geopolitici immediati, senza che i responsabili dovessero risponderne a nessuno.
TERRITORI OCCUPATI E SENTENZE IGNORATE
Il mondo è pieno di esempi in cui il diritto internazionale viene letteralmente congelato per decenni. Cipro Nord è occupata dalla Turchia dal 1974 nonostante innumerevoli risoluzioni contrarie, ma Ankara non ha mai subito sanzioni reali essendo un membro influente della NATO. Nel Mar Cinese Meridionale, una sentenza arbitrale vincolante ha dato torto a Pechino sulle sue rivendicazioni marittime, ma la risposta della Cina è stata di considerare quella sentenza come carta straccia, continuando a militarizzare l’area. Anche la questione di Gerusalemme e delle Alture del Golan mostra come la forza dei fatti compiuti prevalga sulle norme: nonostante il divieto internazionale di annettere territori con la forza, azioni unilaterali di grandi potenze possono cambiare la realtà geografica e politica indipendentemente da ciò che dicono le risoluzioni di New York.
IL CASO MADURO E LA GIUSTIZIA DEL PIÙ FORTE
Recentemente, l’operazione condotta dagli Stati Uniti per prelevare Nicolás Maduro dal Venezuela ha mostrato il volto più crudo di questa dinamica. Sebbene l’azione sia stata presentata come un intervento di polizia per eseguire un mandato d’arresto, si è trattato nei fatti di una violazione della sovranità di un altro Stato. Questo dimostra che le grandi potenze si riservano il diritto esclusivo di interpretare il concetto di giustizia, agendo al di fuori di ogni mandato internazionale quando lo ritengono necessario per la propria sicurezza nazionale o per la propria influenza regionale. È la conferma che, nel mondo reale, il diritto internazionale non serve a fermare i potenti, ma viene usato dai potenti come uno strumento di pressione contro chi non ha i mezzi per difendersi.
UNA LINGUA PER NEGOZIARE, NON UN MURO PER FERMARE I CARRI ARMATI
In definitiva, dobbiamo smettere di guardare al diritto internazionale come a un sistema di giustizia imparziale. Storicamente, la sua funzione non è mai stata quella di impedire le guerre, ma quella di renderle gestibili attraverso un linguaggio comune. È una sorta di "manuale di istruzioni" utile per negoziare una volta che i conflitti sono già iniziati, non un ostacolo insuperabile per missili e carri armati. Le guerre non si fermano con le citazioni giuridiche, ma con l’analisi dei costi e dei benefici: le potenze nucleari non si scontrano direttamente non perché lo vieti una legge, ma perché il costo della distruzione reciproca sarebbe troppo alto. Accettare che il diritto internazionale sia una narrazione subordinata alla forza non è disfattismo, ma un atto di realismo necessario per comprendere come funziona davvero il mondo in cui viviamo.