Ricorrono 25 anni dal primo caso italiano di “morbo della mucca pazza”. Fu individuato infatti il 13 gennaio 20001 nella provincia di Brescia il primo bovino in Italia colpito dall’encefalopatia spongiforme bovina (BSE), tale il nome scientifico della malattia, diagnosticata per la prima volta in un allevamento in Gran Bretagna nel 1986.
"Mucca pazza", 25 anni dopo, lo shock che cambiò per sempre l’agroalimentare italiano
Si riteneva riguardasse in modo specifico la specie bovina finché non furono descritte, a partire dal 1990, forme morbose analoghe nel gatto e in alcune specie di felidi e di ruminanti selvatici di giardini zoologici inglesi, alimentati con carni e mangimi con componenti di farine di carne ed ossa di ruminanti. In realtà, fin dal 1988 erano stati sollevati sospetti di un legame tra la BSE e la somministrazione di farine animali negli allevamenti bovini inglesi.
Tali sospetti sfociarono nello stesso anno nella messa al bando ufficale di questi prodotti dall’alimentazione dei ruminanti del Regno Unito, seguita da analoga decisione comunitaria dal 1994. La malattia prende il nome dalle lesioni encefaliche, che appaiono all’esame microscopico come aree otticamente vuote che ricordano appunto l’aspetto “di spugna”. Gli esami dei tessuti cerebrali delle mucche con la forma conclamata di malattia, mostrano chiaramente la presenza delle tipiche lesioni spongiformi, causate dall’accumulo nei neuroni della forma patologica di una proteina (la PrPsc, acronimo da Prion Protein Scrapie), fisiologicamente presente nelle cellule nervose bovine come anche in quelle degli altri animali e dell’uomo.
L’emergere del primo caso di “mucca pazza” fu una vera e propria rivoluzione per il mondo zootecnico italano. Infatti, dopo quell’emergenza, l’Italia è diventata tra i Paesi in Europa più consapevoli e responsabili nel legame tra green e agroalimentare. Ad esempio, si decise d’investire su un progetto strutturale di rigenerazione che ha consentito al Paese di conquistare primati europei dal punto di vista quantitativo e qualitativo.
Sono state adottate drastiche misure di prevenzione che hanno portato alla scomparsa della BSE dalle stalle, grazie all’efficacia delle misure adottate per far fronte all’emergenza, come il monitoraggio di tutti gli animali macellati di età a rischio, il divieto dell’uso delle farine animali nell’alimentazione del bestiame e l’eliminazione degli organi a rischio BSE dalla catena alimentare. È cresciuta parimenti anche l’attenzione alla qualità, alla sicurezza alimentare ed alla trasparenza dell’informazione.