C’è un fotogramma che racconta meglio di mille analisi lo stato attuale della comunicazione politica globale, ed è quello di un presidente degli Stati Uniti che, durante una visita in uno stabilimento della Ford a Detroit, risponde a un operaio mostrando il dito medio. Non un comizio, non un tweet. Un gesto. Grezzo e immediato. E proprio per questo potentissimo. Il protagonista è Donald Trump, che reagisce a un’accusa urlata, gravissima, di essere “protettore di pedofili”, con riferimento alla vicenda Jeffrey Epstein.
La scena, ripresa e diffusa dal sito TMZ, diventa virale in poche ore. La Casa Bianca conferma l’autenticità del video. Le parole lasciano spazio ai gesti. Il protocollo si scioglie come neve al sole. Non è solo un episodio. È un segnale. La politica ha definitivamente abbandonato la liturgia della mediazione per adottare il linguaggio dell’immediatezza emotiva. Il gesto sostituisce l’argomentazione, l’istinto scavalca il filtro, e la reazione vale più della riflessione.
In questo nuovo ecosistema comunicativo, ciò che conta non è la misura, ma l’impatto. Non la costruzione del consenso, ma la sua esplosione. Trump non inaugura questa stagione, ma la incarna fino in fondo. Il suo stile è figlio di un mondo in cui la comunicazione è orizzontale, istantanea, e spesso brutale. Un mondo in cui il leader non parla “a nome di”, ma “come”. Come l’elettore arrabbiato, come chi sente di non avere più tempo per le perifrasi.
Il dito medio diventa così un messaggio politico comprensibile a tutti, senza traduzione: io non indietreggio, io reagisco, io non chiedo permesso. Il punto, però, non è giudicare il gesto in sé. È capire cosa dice di noi. Perché la scena di Detroit non riguarda solo l’America. Riguarda l’Europa e ogni democrazia attraversata dalla stessa mutazione. I leader parlano sempre meno il linguaggio delle istituzioni e sempre più quello delle piattaforme. Le parole si accorciano e i simboli si semplificano. Il confronto si trasforma in scontro, la complessità in slogan. Il dissenso diventa automaticamente insulto. In questo contesto, anche l’operaio che urla rivendica il suo gesto come un atto di testimonianza. Nessun rimorso, nessuna mediazione. È l’altra faccia della stessa medaglia, la disintermediazione totale. Il cittadino non chiede ascolto, pretende visibilità. E se la ottiene provocando, tanto meglio. La politica, a sua volta, risponde sullo stesso piano. È un corto circuito che alimenta se stesso.
La domanda allora è semplice e inquietante: può una democrazia reggere a lungo se il suo linguaggio si riduce a questo? O stiamo assistendo alla nascita di una nuova grammatica del potere, più sincera perché meno ipocrita, ma anche più fragile perché priva di anticorpi? Il dito medio di Trump non è una caduta di stile. È uno stile. Ed è lo specchio di un tempo che ha smesso di credere nella distanza e nella forma. Un tempo in cui la politica, per farsi ascoltare, sceglie di urlare. E in cui il dibattito pubblico rischia di diventare un’arena permanente, dove vince chi colpisce più forte, non chi pensa meglio.
*Foto di Donald Trump by Gage Skidmore