Per decenni l’industria automobilistica è stata il fiore all’occhiello del Vecchio Continente, un simbolo di ingegneria, prestigio e potenza economica. Tuttavia, oggi quel primato appare scosso da fondamenta che sembrano farsi ogni giorno più fragili. Quello che molti osservatori definiscono come il più grande "autogol" strategico dell’Europa si sta consumando sotto i nostri occhi: una progressiva cessione di sovranità industriale verso i colossi asiatici. Non si tratta di una capitolazione improvvisa, ma di un processo lento e inesorabile, dettato da bilanci in sofferenza e da una transizione ecologica che sta mettendo a nudo tutte le debolezze di un sistema che non ha saputo anticipare il futuro.
Automotive: il grande autogol dell'Europa che consegna l'industria dell'auto alla Cina
Il paradosso è evidente nelle sedi istituzionali di Bruxelles, dove da un lato si invoca a gran voce la difesa del mercato interno e dell’identità produttiva europea, mentre dall’altro i grandi gruppi industriali aprono le porte ai partner cinesi. Il caso di Stellantis è emblematico di questa contraddizione. Il gruppo, che raccoglie l'eredità di marchi storici e profondamente radicati nel territorio europeo, ha scelto di stringere una collaborazione strategica con la cinese Leapmotor. L'obiettivo è chiaro: utilizzare la propria capillare rete di vendita e assistenza per distribuire veicoli elettrici prodotti in Cina. In pratica, l'industria europea sta offrendo le chiavi della propria "casa" a concorrenti che, fino a pochi anni fa, erano considerati marginali, pur di colmare un vuoto tecnologico e di prezzo che oggi appare incolmabile.
LA MORSA FINANZIARIA DIETRO LE SCELTE INDUSTRIALI
Per comprendere il motivo di tale inversione di rotta, è necessario osservare i numeri che descrivono lo stato di salute dei giganti europei. Nel giro di un solo anno, il panorama finanziario di realtà come Stellantis ha subito una trasformazione drastica. Se il 2023 si era chiuso con margini solidi e una notevole capacità di generare cassa, il 2024 ha mostrato un volto ben diverso, con ricavi netti in forte contrazione e un flusso di cassa che si è assottigliato drasticamente. La pressione è alimentata dalla necessità di investire miliardi di euro in ricerca e sviluppo per i veicoli elettrici, un settore dove i ritorni sono ancora incerti e i costi di produzione restano elevatissimi.
Mentre gruppi come Volkswagen e Stellantis faticano a mantenere la testa fuori dall'acqua, muovendosi in territori di redditività operativa sempre più risicati, i competitor asiatici sembrano muoversi con un altro passo. Aziende come la cinese Geely o la rinnovata Renault affrontano la transizione con una maggiore disponibilità di ossigeno finanziario. La differenza risiede nella capacità di generare profitti rispetto al debito accumulato: chi ha margini più alti può permettersi di pianificare il lungo periodo, mentre chi è sotto pressione deve cercare soluzioni rapide, spesso a costo di sacrificare l'indipendenza o di "brandizzare" tecnologie altrui. L’ipotesi che modelli di concezione cinese possano presto circolare con marchi storici europei sulla calandra non è più una distopia, ma una strategia di sopravvivenza per non perdere segmenti di mercato cruciali.
UN'IDENTITÀ PERDUTA TRA CAPITALI E MERCATI
Il fenomeno della "asiatizzazione" dell'auto europea non è però una novità assoluta, ma il culmine di una tendenza che ha radici lontane. Molti consumatori guidano oggi vetture che percepiscono come europee, ignorando che dietro quei nomi si nascondono proprietà indiane o cinesi. Basti pensare a marchi che hanno fatto la storia del lusso britannico o della sicurezza svedese, oggi saldamente controllati da gruppi come Tata Motors o Geely. Persino icone del design inglese sono rinate solo grazie a capitali orientali, trasformandosi da marchi di nicchia a protagonisti del mercato elettrico globale. Questi esempi dimostrano che il capitale asiatico non si è limitato a comprare aziende, ma ha acquisito prestigio, competenze e, soprattutto, l’accesso diretto ai desideri dei consumatori occidentali.
Il vero nodo critico resta tuttavia l’accessibilità economica. L’auto europea si è infilata in un vicolo cieco in cui i costi della tecnologia elettrica sono troppo alti per una classe media che ha visto il proprio potere d'acquisto ristagnare per decenni. Se una comune utilitaria costava poche migliaia di euro vent'anni fa, oggi il suo prezzo è raddoppiato, mentre gli stipendi medi non hanno seguito la stessa traiettoria. In questo scenario, l’efficienza produttiva cinese, favorita da economie di scala imponenti e da un controllo ferreo sulla filiera delle batterie, diventa un’arma letale. Per le case europee, collaborare con questi giganti significa ottenere ossigeno per sopravvivere, ma il rischio è quello di diventare semplici assemblatori o distributori di tecnologie sviluppate altrove.
IL FUTURO DELLA FILIERA E IL CONCETTO DI APPARTENENZA
Alla luce di queste trasformazioni, emerge una domanda fondamentale che mette in discussione il concetto stesso di sovranità industriale: cosa definisce oggi un'auto come "europea"? È il marchio che porta sulla carrozzeria o è la filiera produttiva, l'ingegno e il lavoro che la generano? Se i centri di decisione strategica e le tecnologie chiave si spostano in Asia, il rischio è che l'Europa conservi solo un involucro vuoto, una facciata fatta di loghi gloriosi che nasconde un cuore industriale ormai straniero.
L’analisi della situazione attuale ci restituisce l’immagine di un continente che, pur avendo inventato l’automobile, sembra aver perso la bussola in un momento di cambiamento epocale. La critica non si rivolge alla transizione elettrica in sé, che porta con sé innegabili vantaggi ambientali e tecnologici, ma alla gestione politica e industriale della stessa. Senza una strategia che metta al centro la riduzione dei costi energetici e il sostegno alla produzione interna, il passaggio alle nuove forme di mobilità rischia di trasformarsi definitivamente in un trasferimento di ricchezza e competenze verso est, lasciando l'Europa a osservare dal sedile del passeggero la corsa verso il futuro.