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Iran oltre il velo: la nuova rivoluzione che sta abbattendo il regime

 
Iran oltre il velo: la nuova rivoluzione che sta abbattendo il regime
Luca Lippi
Le immagini che arrivano dall'Iran, a fatica e attraverso i filtri della censura digitale, descrivono un Paese che ha smesso di chiedere piccoli cambiamenti per iniziare a pretendere una tabula rasa. Siamo alla terza notte consecutiva di fiamme e scontri, ma c’è un dettaglio che cambia tutto rispetto al passato: la folla non urla più per una riforma o per una legge meno severa. L’obiettivo dichiarato è l’abbattimento del sistema nato nel 1979. Non è più una protesta, è l'odore di una nuova rivoluzione.

Iran oltre il velo: la nuova rivoluzione che sta abbattendo il regime

Per capire perché oggi la gente urla "Morte al dittatore", dobbiamo fare un salto indietro di oltre quarant’anni. Nel 1979, l’Iran visse una rivoluzione che unì tutti - religiosi, comunisti, intellettuali e classe operaia - contro lo Scià Reza Pahlavi. All'epoca, il monarca era visto come un burattino nelle mani di Stati Uniti e Regno Unito, un sovrano che svendeva il petrolio mentre il popolo affogava nelle disuguaglianze e nella repressione.
Oggi viviamo un paradosso incredibile. Molti dei giovani che scendono in piazza, i cosiddetti "Millennials" e la "Generazione Z", invocano il ritorno del figlio di quello Scià cacciato dai loro nonni. Non è necessariamente nostalgia per la monarchia in sé, quanto il bisogno disperato di una figura di transizione, qualcuno che traghetti il Paese fuori dal tunnel teocratico verso libere elezioni. È il grido di chi sente che le promesse di libertà della rivoluzione di Khomeini sono state tradite da un’élite corrotta che usa la religione solo come strumento di controllo.

TRA WASHINGTON E TEL AVIV
La situazione è resa ancora più incandescente dalle dinamiche internazionali. Non siamo davanti a una questione puramente interna. Israele, attraverso il Mossad, ha fatto sapere in modo quasi sfacciato di essere presente: i loro agenti, infiltrati da tempo nei palazzi del potere di Teheran, starebbero operando direttamente nelle strade. È un messaggio psicologico fortissimo rivolto sia ai manifestanti ("non siete soli") sia al regime ("siamo ovunque").

Dall’altra parte dell’oceano, Donald Trump ha tracciato una linea rossa chiarissima: se la repressione diventerà un bagno di sangue indiscriminato, gli Stati Uniti interverranno militarmente. Teheran risponde con la solita retorica, minacciando di colpire le basi americane e Israele, ma la tensione è a livelli mai visti. Il rischio, però, è che un intervento esterno "telecomandato" possa sporcare la legittimità di una rivolta che nasce dal cuore del popolo iraniano, col pericolo di trasformare l’Iran in una nuova Afghanistan, vittima di anni di guerra civile e instabilità.

STARLINK CONTRO I JAMMER
In questo scenario, la tecnologia gioca un ruolo da protagonista. Il regime ha staccato internet in quasi tutto il Paese per impedire al mondo di vedere i video dei massacri. Ma la contromossa è arrivata dallo spazio: Elon Musk ha messo a disposizione i satelliti di Starlink. I manifestanti riescono a inviare frammenti di verità grazie a queste connessioni, mentre il governo risponde installando i "jammer", potenti disturbatori di segnale per oscurare i satelliti.
Non è solo una censura fisica, è una trappola digitale. Circolano online falsi profili che promettono VPN o connessioni sicure solo per attirare i manifestanti, identificarli e arrestarli. È una caccia all'uomo che si combatte tanto sull'asfalto quanto nei server.

IL COSTO UMANO DI UNA LIBERTÀ NEGATA
Ma dietro la geopolitica e i satelliti, restano le persone. Le testimonianze parlano di una repressione feroce, specialmente in città come Mashhad, ormai militarizzata, dove il rumore degli spari è costante dalla mattina alla sera. Si parla di numeri spaventosi: alcune fonti indipendenti ipotizzano fino a 2000 morti, con migliaia di persone che cercano i propri cari fuori dagli obitori, costrette a riconoscere i familiari dentro sacchi neri ammassati uno sull'altro.

La differenza fondamentale con le proteste del 2022 o del 2019 è l'ampiezza della partecipazione. A Teheran si stima la presenza di quasi due milioni di persone. Chi scende in piazza oggi sa di rischiare la vita, ma lo fa perché sente che l'identità millenaria dell'Iran, una civiltà che va ben oltre la religione, non può più essere soffocata. I manifestanti chiedono una cosa semplice e al contempo immensa: che il mondo non condivida solo le loro immagini di morte, ma le loro immagini di vita, la loro musica e il loro desiderio di tornare a camminare liberi in un Paese che appartenga a loro e non a una casta che usa Dio per giustificare la violenza.