Siamo davvero immersi in quella "guerra mondiale a pezzi" di cui parlava spesso Francesco? A guardare la cronaca quotidiana, tra conflitti aperti e tensioni diplomatiche, sembrerebbe di sì. Tuttavia, esiste una logica profonda che lega questi frammenti apparentemente distanti, una chiave di lettura che i mercati finanziari sembrano aver colto prima dell’opinione pubblica.
Il mondo brucia, le borse corrono: il paradosso del Nuovo Ordine Mondiale
Mentre il cittadino comune osserva con timore l’instabilità, gli investitori provano a decifrare il nuovo ordine mondiale, dove la geopolitica non è più un rumore di fondo, ma il motore principale dell’economia.
IL GIOCO DEI PERIMETRI
Per capire cosa stia succedendo, dobbiamo immaginare le grandi potenze intente a recintare il proprio giardino di casa. La Russia, ad esempio, sta cercando con la forza di creare un cosiddetto "Stato cuscinetto". Si tratta di una zona neutra o controllata che serva a distanziare i propri confini sensibili dalle influenze occidentali. Se Mosca riuscisse a conquistare l’intera regione del Donbas, l’obiettivo non sarebbe necessariamente quello di trasformarla in un fiorente centro abitato, ma piuttosto in una terra di nessuno, un vuoto demografico che la faccia sentire meno vulnerabile.
Dall’altra parte dell’Oceano, gli Stati Uniti stanno riscoprendo l’importanza del loro "meridiano". Washington sta concentrando le proprie attenzioni su tutto l’asse che va dalla Groenlandia al Canada, passando per le frizioni con il Messico e il monitoraggio stretto di crisi come quelle in Venezuela o Colombia. È un ritorno a una visione continentale, dove la sicurezza del vicinato viene prima di tutto.
La Cina vive invece una sfida più complessa e interna. Pechino deve gestire una frattura storica tra le opulente città della costa, proiettate verso il commercio globale, e le immense aree rurali dell’interno, dove la povertà genera malcontento. Questa tensione non è nuova: fu proprio questo squilibrio a permettere l'ascesa di Mao e la successiva fuga dei nazionalisti a Taiwan. Oggi, quando vediamo il governo cinese colpire i suoi grandi miliardari o limitare il capitalismo selvaggio, non siamo di fronte a una semplice scelta ideologica. È una manovra di prevenzione: il potere centrale teme che una classe economica troppo autonoma possa spaccare ulteriormente il Paese. In quest'ottica, la questione di Taiwan serve anche a compattare l’identità nazionale, offrendo un obiettivo comune che distolga lo sguardo dai problemi di casa.
L’OSTACOLO COME STRATEGIA DI VITTORIA
In questa fase storica, le potenze mondiali giocano a un grande "gioco di ruolo" dove non si vince solo correndo più forte, ma soprattutto mettendo i bastoni tra le ruote agli avversari. È una strategia di disturbo continuo. Gli Stati Uniti sostengono l’Ucraina per logorare la Russia; la Russia usa i suoi legami con Cuba per innervosire Washington; la Cina investe in Venezuela per entrare nel cortile degli americani.
In questo scenario si inseriscono attori ambiziosi come l’Iran, che rivendica un ruolo guida nella sua regione e viene sistematicamente "contenuto" dagli Stati Uniti attraverso il sostegno a Israele. Anche l’India gioca la sua partita, mantenendo rapporti con Mosca proprio per dare fastidio alla rivale Cina. Persino in Africa il disegno è chiaro: Pechino costruisce ponti e strade, Mosca garantisce la sicurezza militare ai governi locali e l’Occidente cerca di mantenere il controllo sulle materie prime. In questo groviglio, la Russia appare come l’anello debole dal punto di vista economico, diventando una sorta di preda contesa tra l’influenza americana e quella cinese.
IL RISVEGLIO DELL’EUROPA E IL CASO TEDESCO
E l’Europa? Per decenni ci siamo comportati come una squadra di calcio che allena solo i propri attaccanti (l’economia e il commercio) convinta che, in caso di necessità, ci sarebbe sempre stato un portiere imbattibile a parare i colpi (l’ombrello difensivo degli Stati Uniti). Oggi quel portiere sembra intenzionato a cambiare maglia o, quantomeno, a occuparsi solo della propria porta. Ci siamo scoperti vulnerabili, senza un’industria bellica moderna e con una dipendenza energetica pericolosa.
Il passaggio dal gas russo a basso costo al gas liquefatto americano, molto più caro, è stato un colpo durissimo, specialmente per la Germania. L’industria tedesca aveva costruito il suo primato proprio sull’energia economica. Eppure, proprio quando tutto sembrava perduto, i mercati hanno iniziato a scommettere sul rilancio europeo. Berlino ha stanziato circa 500 miliardi di euro per infrastrutture ed energia, mentre l’Unione Europea ha varato un piano di riarmo da 800 miliardi. Queste cifre colossali non sono solo spese, ma investimenti che rimettono in moto le fabbriche. Questo spiega perché la borsa di Francoforte abbia segnato record recenti: gli investitori non guardano alle difficoltà di ieri, ma ai fiumi di denaro che domani alimenteranno l’industria manifatturiera e tecnologica del continente.
CONVIVERE CON LA FEBBRE GLOBALE
Nonostante questo ottimismo dei mercati, viviamo in una condizione di incertezza cronica. È come se il mondo avesse una febbricitante costante a 37 gradi: ci si abitua a conviverci, ma l’infiammazione resta lì, sotto la superficie. Ogni tanto questa tensione esplode in modo improvviso, come è accaduto con i recenti scossoni sulle borse giapponesi o con l’impennata dei prezzi dei metalli industriali.
Il rialzo dei metalli, in particolare, non è sempre dettato da una reale mancanza di materiali nelle fabbriche, ma spesso da dinamiche finanziarie nervose. Questi fenomeni funzionano come i geyser: sono valvole di sfogo naturali che ci ricordano quanto calore e quanta pressione ci siano nelle profondità del sistema. La lezione per noi è chiara: l’era della pace garantita è finita e la nuova normalità richiede una vigilanza costante. I mercati hanno già iniziato a correre nel nuovo mondo; ora spetta alla politica e ai cittadini capire che le vecchie regole del gioco sono cambiate per sempre.