Quando Mattel introduce la prima Barbie autistica nella linea Barbie
Fashionistas, non sta semplicemente ampliando un catalogo. Sta toccando
un nervo scoperto della nostra società, il modo in cui guardiamo la
differenza e, soprattutto, l’infanzia. Perché il gioco non è mai neutro.
È un linguaggio, o meglio, una grammatica emotiva che insegna chi può
stare al centro e chi resta ai margini. La nuova Barbie nasce da un
lavoro lungo e condiviso, sviluppato in oltre diciotto mesi con la
collaborazione dell’Autistic Self Advocacy Network
e con il contributo diretto di persone autistiche. È un dettaglio
tutt’altro che secondario. Non una rappresentazione “dall’alto”, ma una
costruzione insieme. Gli occhi leggermente decentrati, le articolazioni
di gomiti e polsi che consentono movimenti ripetitivi, le cuffie
antirumore, lo spinner, l’abbigliamento pensato per ridurre il disagio
sensoriale, fino al tablet che richiama la comunicazione aumentativa e
alternativa. Ogni scelta racconta una verità spesso ignorata, perché
l’autismo non è una caricatura, ma un modo diverso di percepire e stare
nel mondo.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità,
più di un bambino su cento rientra nello spettro autistico. Numeri che
dovrebbero imporre una riflessione politica e culturale prima ancora che
sanitaria. Eppure, per decenni, l’immaginario collettivo ha preferito
semplificare o medicalizzare. Questa Barbie fa l’opposto, normalizza
senza banalizzare e invita a capire senza spiegare. Non dice ai bambini
“cos’è” l’autismo, ma mostra che esiste. E che convive con tutto il
resto. È questo il punto. L’inclusione non è un atto di bontà, né una
concessione morale. È un cambio di paradigma. Mattel lo ha iniziato
negli ultimi anni, introducendo bambole cieche, in sedia a rotelle, con
sindrome di Down, protesi, vitiligine, apparecchi acustici. Anche Ken ha
seguito la stessa traiettoria. Ma la Barbie autistica segna uno scarto
ulteriore, perché porta nel gioco qualcosa di meno visibile e spesso
frainteso: la neurodivergenza. Non un limite da correggere, ma una
differenza da riconoscere. Qui il dibattito si allarga. Se un’azienda
globale riesce a tradurre in un oggetto popolare un concetto così
delicato, cosa impedisce alla politica di fare altrettanto sul piano
delle politiche pubbliche? Perché l’inclusione continua a essere evocata
nei discorsi e così poco praticata nelle scuole, nei servizi, negli
spazi urbani, nel lavoro? Una bambola non risolve i problemi, certo. Ma
indica una direzione. E mette in luce una responsabilità, quella di chi
governa il cambiamento invece di subirlo o, peggio, di temerlo.
C’è poi
un messaggio che riguarda tutti, non solo le famiglie direttamente
coinvolte. Giocare con una Barbie autistica significa crescere in un
mondo in cui la diversità non è un’eccezione, ma una componente
strutturale della realtà. Significa imparare presto che non esiste un
solo modo “giusto” di comunicare e di sentire. È un’educazione alla
complessità, in un’epoca che semplifica tutto fino alla caricatura. Ed è
anche una risposta gentile ma ferma a una società che corre troppo
veloce per accorgersi di chi ha bisogno di tempi diversi. Il lancio è
stato accompagnato da collaborazioni con attivisti e creativi della
comunità autistica e da una donazione di oltre mille bambole a ospedali
pediatrici statunitensi. Segnali concreti, non simbolici. Ma il vero
impatto non si misurerà nei numeri delle vendite. Si misurerà tra
qualche anno, quando un bambino non autistico ricorderà di aver giocato
con quella Barbie senza pensarci due volte. E quando un bambino
autistico si sarà visto, forse per la prima volta, riflesso in un gioco.
In fondo, la domanda che questa Barbie pone non è infantile, è
radicale: che società vogliamo essere? Una che tollera la differenza
finché non disturba, o una che la riconosce come parte costitutiva
dell’umano? Se il gioco è un’anticipazione del mondo adulto, allora
questa Barbie è un invito esplicito a cambiare sguardo. E a farlo
adesso, non quando sarà troppo tardi per imparare.