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Barbie dice ai nostri figli: sei giusto così. Perché l’autismo non è un errore

 
Barbie dice ai nostri figli: sei giusto così. Perché l’autismo non è un errore
di Walter Rodinò

Quando Mattel introduce la prima Barbie autistica nella linea Barbie Fashionistas, non sta semplicemente ampliando un catalogo. Sta toccando un nervo scoperto della nostra società, il modo in cui guardiamo la differenza e, soprattutto, l’infanzia. Perché il gioco non è mai neutro. È un linguaggio, o meglio, una grammatica emotiva che insegna chi può stare al centro e chi resta ai margini. La nuova Barbie nasce da un lavoro lungo e condiviso, sviluppato in oltre diciotto mesi con la collaborazione dell’Autistic Self Advocacy Network e con il contributo diretto di persone autistiche. È un dettaglio tutt’altro che secondario. Non una rappresentazione “dall’alto”, ma una costruzione insieme. Gli occhi leggermente decentrati, le articolazioni di gomiti e polsi che consentono movimenti ripetitivi, le cuffie antirumore, lo spinner, l’abbigliamento pensato per ridurre il disagio sensoriale, fino al tablet che richiama la comunicazione aumentativa e alternativa. Ogni scelta racconta una verità spesso ignorata, perché l’autismo non è una caricatura, ma un modo diverso di percepire e stare nel mondo.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, più di un bambino su cento rientra nello spettro autistico. Numeri che dovrebbero imporre una riflessione politica e culturale prima ancora che sanitaria. Eppure, per decenni, l’immaginario collettivo ha preferito semplificare o medicalizzare. Questa Barbie fa l’opposto, normalizza senza banalizzare e invita a capire senza spiegare. Non dice ai bambini “cos’è” l’autismo, ma mostra che esiste. E che convive con tutto il resto. È questo il punto. L’inclusione non è un atto di bontà, né una concessione morale. È un cambio di paradigma. Mattel lo ha iniziato negli ultimi anni, introducendo bambole cieche, in sedia a rotelle, con sindrome di Down, protesi, vitiligine, apparecchi acustici. Anche Ken ha seguito la stessa traiettoria. Ma la Barbie autistica segna uno scarto ulteriore, perché porta nel gioco qualcosa di meno visibile e spesso frainteso: la neurodivergenza. Non un limite da correggere, ma una differenza da riconoscere. Qui il dibattito si allarga. Se un’azienda globale riesce a tradurre in un oggetto popolare un concetto così delicato, cosa impedisce alla politica di fare altrettanto sul piano delle politiche pubbliche? Perché l’inclusione continua a essere evocata nei discorsi e così poco praticata nelle scuole, nei servizi, negli spazi urbani, nel lavoro? Una bambola non risolve i problemi, certo. Ma indica una direzione. E mette in luce una responsabilità, quella di chi governa il cambiamento invece di subirlo o, peggio, di temerlo.

C’è poi un messaggio che riguarda tutti, non solo le famiglie direttamente coinvolte. Giocare con una Barbie autistica significa crescere in un mondo in cui la diversità non è un’eccezione, ma una componente strutturale della realtà. Significa imparare presto che non esiste un solo modo “giusto” di comunicare e di sentire. È un’educazione alla complessità, in un’epoca che semplifica tutto fino alla caricatura. Ed è anche una risposta gentile ma ferma a una società che corre troppo veloce per accorgersi di chi ha bisogno di tempi diversi. Il lancio è stato accompagnato da collaborazioni con attivisti e creativi della comunità autistica e da una donazione di oltre mille bambole a ospedali pediatrici statunitensi. Segnali concreti, non simbolici. Ma il vero impatto non si misurerà nei numeri delle vendite. Si misurerà tra qualche anno, quando un bambino non autistico ricorderà di aver giocato con quella Barbie senza pensarci due volte. E quando un bambino autistico si sarà visto, forse per la prima volta, riflesso in un gioco. In fondo, la domanda che questa Barbie pone non è infantile, è radicale: che società vogliamo essere? Una che tollera la differenza finché non disturba, o una che la riconosce come parte costitutiva dell’umano? Se il gioco è un’anticipazione del mondo adulto, allora questa Barbie è un invito esplicito a cambiare sguardo. E a farlo adesso, non quando sarà troppo tardi per imparare.